Margaret Lowenfeld, in seguito alla sua esperienza in Polonia con persone deprivate e traumatizzate durante la prima guerra mondiale, scopre nel 1929 presso l’ Institute for Child Psychology  di Londra le potenzialità del Gioco del Mondo.  Nel lavoro con bambini e adolescenti utilizza un vassoio di 57 x 72 x 7 cm, nella proporzione della sezione aurea, contenente sabbia.

Come lei scrive: « Iniziai a notare nelle facce e nei corpi dei bambini che stavo studiando, espressioni, posture e gesti che somigliavano a quelli che mi erano diventati familiari nei campi di prigionia. 

Avevo scartato il linguaggio come strumento non del tutto affidabile.

Poi mi venne in mente […] se non sarebbe stato possibile ideare un esperimento scientifico dove si potesse rappresentare attraverso piccoli oggetti quello che si credeva che i bambini stessero vivendo». 

Nel 1937 l’esperimento è presentato alla British Psychological Society. Alla conferenza partecipa Jung.

Dora Kalff ,  analista junghiana studiosa di cultura e spiritualità orientale, conosce Margaret Lowenfeld a Zurigo e frequenta  a Londra l’Istituto di Psicologia Infantile nel 1949. Introduce in seguito il Gioco della Sabbia nel suo lavoro ampliando il Gioco del Mondo da strumento soprattutto diagnostico a pratica terapeutica, dapprima con i bambini, in seguito anche con gli adulti. Vede nel Gioco della Sabbia uno strumento privilegiato per la rappresentazione di vissuti profondi e una via significativa per il processo di individuazione e integrazione del Sé attraverso il linguaggio simbolico in uno spazio libero e protetto. 

Nel 1985 si costituisce la International Society for Sandplay Therapy, per lo studio del Gioco della Sabbia secondo l’insegnamento di Dora Kalff e nel 1987 l’Associazione Italiana Sandplay Therapy.

Paolo Aite e Livia Crozzoli incontrano Dora Kalff a Zollikon nel 1968.

Sotto la sua guida praticano entrambi un loro personale percorso con la Sandplay.

Analizzano le scene del gioco della sabbia create nelle analisi con i loro pazienti e approfondiscono il suo insegnamento.

Successivamente Paolo Aite ha maturato un proprio punto di vista.

Nella costruzione spazio temporale di una scena e nel misterioso contatto tra mani-sguardo si manifesta un vero e proprio “pensare per immagini” che mette in evidenza possibilità d’espressione di contenuti emozionali ancora non esprimibili nel linguaggio verbale.

La sequenza delle scelte e delle collocazioni degli oggetti nel campo di gioco ed insieme il contrappunto tra gesti e parole spontanee, che emergono durante l’azione di gioco, rivelano la “sintassi” di un pensiero per immagini.